L’ASSEMBLEA DELL’8 APRILE VISTA DAL GIORNALISTA ANGELO PANI

Assembleafotodi Angelo Pani

Eravamo come quei polli che, tenuti penzoloni per le zampe, si scambiavano furibonde beccate. E, mentre stavamo per finire in pentola, pensavamo solo a farci del male. Ma sabato sera, all’assemblea convocata dal Comitato No Viadotto per discutere sul ponte in cemento armato voluto dalla Regione, è accaduto un fatto inatteso: i capponi hanno smesso di litigare. Nella sala di piazzetta Ricchi, zeppa di poggini come non si vedeva da anni, abbiamo assistito al trionfo laico della Ragione. Niente grida, niente invettive, niente accuse incrociate: prendendo la parola dopo Franco Magi che, nel ricostruire gli eventi non aveva risparmiato agli amministratori qualche colpo di fioretto, il presidente della Cooperativa Sandro Anedda ha accettato l’invito a guardare avanti accantonando le polemiche del passato. “Mettiamo da parte qualsiasi contrapposizione – ha affermato – noi non siamo favorevoli alla realizzazione del ponte”. E, per non lasciare adito a dubbi, ha aggiunto che la Cooperativa collaborerà col Comitato per respingere il progetto di un ponte lungo 120 metri e più alto dei viadotti che si stanno costruendo sulla nuova statale 195. Al suo posto, sarà caldeggiata la scelta di un sistema di telecontrollo installato su un ponte poco più grande di quello attuale. Era questa la soluzione caldeggiata dal Comitato, contrapposta a quella degli amministratori della Cooperativa, favorevoli a una semplice modifica del progetto contestato. La salva di applausi che ha accompagnato la risoluzione finale contraria al mega viadotto toglie ogni adito ai dubbi e sancisce una unità di intenti che non si vedeva a Poggio dei Pini dai giorni tragici dell’alluvione. La battaglia è appena cominciata e non sarà facile fermare il treno in corsa sul quale sono comodamente assisi quanti vogliono lucrare sul ponte di dubbia utilità (per la sola progettazione è prevista una parcella di 500 mila euro). Ma abbiamo la forza della ragione e sabato ci siamo ritrovati in molti; non siamo sciocchi, possiamo contare su molte professionalità e se sapremo restare uniti ce la potremo fare.

Sarebbe difficile spiegare questa ritrovata unità d’intenti senza tener conto di un contributo alla discussione offerto da un’ospite di indiscusso prestigio. Dopo l’esposizione dei dati tecnici del contestato progetto curata da Sergio Arizio e dopo la relazione introduttiva di Franco Magi, ha preso la parola Maria Antonietta Mongiu, archeologa, assessore regionale all’Istruzione e ai Beni culturali durante la presidenza di Renato Soru, una signora che sa districarsi nei meandri della pianificazione urbanistica con la stessa abilità dimostrata nel ricostruire il tessuto abitativo della Carales romana. Intervenuta come presidente per la Sardegna del Fondo Ambiente Italiano, ha parlato di gestione partecipata del paesaggio per sostenere che l’ambiente non è materia di esclusiva competenza dei tecnici patentati e ha rivendicato per gli abitanti dei luoghi un ruolo di attori e non di semplici comparse. Un concetto di rivoluzionaria semplicità che ha prosciugato la palude di norme, regolamenti e commi nella quale si era impantanato il dibattito a Poggio dei Pini. Un paesaggio che non è solo natura incontaminata ma anche luogo storico abitato dall’uomo; un locus che, per essere conservato, ha necessità di periodici restauri, non di stravolgimenti. Il ponte, voluto dalla Regione e approvato dagli organi di controllo senza alcun coinvolgimento da parte degli abitanti di Poggio, si pone in contrasto con i principi basilari di quella tutela del paesaggio che è garantita dall’articolo 9 della Carta Costituzionale. E, a proposito di Costituzione (ma questa è una mia opinione personale) forse può tornarci utile il fatto che lo Stato, con l’articolo 117, abbia sottratto il governo del territorio alla potestà esclusiva delle Regioni. Sono questi gli argomenti che hanno portato la presidente del Fai Sardegna a definire “inemendabile” il progetto da sette milioni di euro. Non c’è spazio per ritocchini e imbellettamenti: secondo Maria Antonietta Mongiu si deve ripartire da zero respingendo al mittente il ponte di rara bruttezza.

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